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Gerusalemme…. Gerusalemme è una città magica, il suo nome significa città della Pace, è un nome pronunciato con devozione da millenni.
In questo viaggio che presento parlerò solo di una parte di essa, parlerò del Kothel, ovvero il Muro occidentale del secondo Tempio, quello distrutto dai Romani quasi duemila anni fa.
E’ il luogo più sacro dell’Ebraismo, è il luogo dove è avvenuta una delle 10 Shekinà, ovvero Dio che ”scende“ sulla Terra, lì Dio ha camminato e abitato nel Santo dei Santi, lì per millenni uomini e donne hanno pregato dove Abramo per Fede avrebbe obbedito al comando di Dio di uccidere il suo unico figlio, proprio lì, sulla pietra di Moriah, ora inglobata nella Moschea di Al Aqsa che sovrasta il Kothel.
E’ un luogo di Misericordia, di estremo Amore e compassione, l’angelo fermò la mano di Abramo pronta ad uccidere, Abramo con il cuore che gli scoppiava dal dolore di perdere il figlio, fermato dall’estrema prova…
Ecco, non si può parlare del Kothel se non si ricordano questi eventi, eventi per i credenti e leggende per altri, ma quelle pietre sono un qualcosa in più di una leggenda, è una Pietra viva che pulsa, una Pietra calda dove fremono le emozioni dell’Uomo.
E’ una Pietra che nutre e si nutre delle preghiere, delle emozioni, dalle richieste, dalle invocazioni, dal dolore e dalla gioia, è una Pietra a cui ci si orienta, ci si orienta anche fisicamente, difatti nella Diaspora si prega ”verso“ Gerusalemme.
In queste immagini cerco di raccontare ciò che ho visto e provato, c’è il Bar Mitzvah ovvero l’entrata dei ragazzi nell’età adulta, dopo questo rito sono parte integrante della Comunità, hanno gli stessi diritti e doveri di un adulto, possono alzarsi e commentare la Torah, la Legge perché sono parte ormai di un popolo di sacerdoti.
Ci sono le benedizioni dove si impongono le mani sul capo quasi ad aprire la mente alle scrittura, si Bene_dice la vita, la famiglia, lo studio delle Scritture poiché tutto si compie in Esse.
Cè la preghiera comune e personale, c’è il toccare, accarezzare, il baciare il Kothel come segno di devozione, tante volte mi è capitato di vedere gente che mentre pregava scoppiava in un pianto dirotto, tra gioia e disperazione, tra fede e grida di aiuto a chi tutto può…
E’ un luogo dove scorre la vita, ci sono stato decine di volte, impossibile mettere piede a Gerusalemme e non andare al Kothel, ci sono stato a tutte le ore e in giorni qualunque, sempre, dico sempre c’è gente che prega, anche la notte.
Quel che non posso mostrare è quell’evento più bello e significante, non posso mostrarlo perché è proibito fotografare è un divieto della Legge, ho visto fotocamere fracassate a terra miseramente e alcuni ”furbi“ allibiti da tanto zelo… ecco, si, non si può fotografare lo Shabbat.
Provo a spiegare cose è lo Shabbat al Kothel, ma per capire bisogna vederlo e per vederlo si deve andare a Gerusalemme poiché non esistono né filmati né fotografie di questo evento.
Lo Shabbat è il Sabato, pochi sanno che la è la festa più importante dell’Ebraismo, più importante della Pasqua, della Pentecoste, perfino del Kippur il digiuno di espiazione.
Lo Shabbat è il riposo di Dio, è il dono che Dio ha fatto agli uomini, giorno dedicato a Lui, dove è proibito lavorare le uniche cose permesse sono rivolte a Dio.
Difficile capire per noi occidentali che può sembrare solo una forma di fanatismo, ma qui il discorso ha un'altra dimensione, è una dimensione spirituale.
Lo Shabbat è la sposa di Dio, nel Cantico dei Cantici c’è un brano che recita:
Mettimi come sigillo sul tuo cuore
come sigillo sul tuo braccio
perché forte come la morte è l’amore.
Lo Shabbat ”entra“ al tramonto del venerdi, stare al Kothel in quel momento è una sensazione indescrivibile, convergono in quel luogo migliaia di persone, cantando, ballando, urlando di gioia, è una festa collettiva senza pari, non è raro che ti prendono e ti fanno ballare in cerchi di persone che piangendo e ridendo di gioia ti colmano di benedizioni, così si accoglie la Sposa tra canti e balli, dove ognuno non è estraneo all’altro, dove le lingue sono solo una convenzione, dove pensi tu estraneo di stare a casa.
C’è un augurio che si tramanda da millenni che dice: l’anno prossimo a Gerusalemme!
Spero che lo facciate anche voi, è una esperienza che non si dimentica, anzi segna e non si è più gli stessi.
Tino Veneziano
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